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Storie
di carta, storie di pietra:
il castello di Lagopesole dalle origini alla prima metà del Duecento.
Le pietre ci parlano, le pietre raccontano.
E questo, a Lagopesole, è quanto mai vero.
Incamminandosi il viaggiatore su per il declivio che erto sale al castello,
raggiungerà, col finire dell’ascesa, emozioni e visioni in
cui pulsa il tempo della storia. Una storia - svelano storici ed archeologi
- che inizia da lontano.
Frammenti ceramici, buche di palo e selci lavorate - rinvenuti nel corso
delle recenti campagne di scavo condotte nell’area del cortile minore
del castello - attestano incontrovertibilmente la frequentazione di questo
sito sin dall’età preistorica.
Successivamente, anche talune popolazioni di stirpe lucana ebbero ad eleggerlo
a loro dimora, avendone la terra restituito preziosi frammenti ceramici
a figure nere.
Labili ed incerti sono, allo stato attuale della ricerca archeologica,
i riscontri per l’età romana. Si deve a Giustino Fortunato
(1848-1932), insigne storico e politico lucano, la memoria di un ormai
scomparso ‹‹cippo marmoreo›› ubicato un tempo
nel castello di Lagopesole, sul quale un’iscrizione recitava ‹‹aver
l’imperatore Massenzio [...] restituita viam Herculiam ad pristinam
faciem››. Costruita sul finire del III secolo d. C. da
Diocleziano e Massimiano Erculeo al fine di implementare la viabilità
nell’Italia meridionale, la via Herculea tagliava trasversalmente
la Basilicata, creando un asse nord-sud. Dall’antica Venosa, da
cui si dipartiva il collegamento per la Puglia, originavano anche diverticoli
minori supplenti alla viabilità più interna, attraverso
i quali la Herculea si inoltrava fino a Potenza. Molteplici stazioni
- si evince dalla Tabula Peutingeriana - segnavano l’intero
itinerario, consentendo la sosta a quanti lo percorrevano. A poco più
di 12 miglia da Potenza sorgeva, di fatto, la terzultima stazione della
strada: Pissandos, l’antica Lagopesole.
Sulle rovine del tardo Impero di Roma si fecero poi avanti gli Arabi,
i Bizantini e i Longobardi, anche e soprattutto nell’Italia meridionale.
Nessun riscontro hanno fornito, ad oggi, le indagini archeologiche in
merito alla suggestiva tradizione storiografica che narra dei Saraceni
come fondatori del primo impianto del castello nel 743. Certo è
solo - attestano le fonti documentarie - che il presidio di Lagopesole
fu conquistato nell’876 da un’orda di Saraceni che risaliva
il fiume Bradano dopo aver depredato i casali sulla Gravina di Matera.
Dopo la fuga determinata dall’esercito bizantino, gli Arabi tornarono
nuovamente ad occupare Lagopesole nel 926, per rimanervi fino al 929,
quando furono definitivamente sconfitti dai principi longobardi Guaimaro
II di Salerno e Landolfo I di Benevento.
Rimanda più probabilmente ad un greco, forse un funzionario imperiale
di stanza in Basilicata, la costruzione di quello che le indagini archeologiche
hanno evidenziato come il primitivo impianto del castello di Lagopesole,
uno dei presidi bizantini inglobati nel sistema di controllo territoriale
regolato dalla città-fortezza di Acerenza. Le strutture murarie
di questa prima fase, ascrivibile alla seconda metà del X secolo,
si leggono in una cisterna, un focolare e un recinto fortificato che,
significativamente, presenta un orientamento del tutto diverso rispetto
al successivo impianto normano-svevo. Relativo all’epoca della presenza
bizantina nel territorio di Lagopesole è un atto di donazione del
maggio 1036, riportato nel tomo sesto del Codice diplomatico della badia
di Cava. Il prezioso documento - sottolinea il Fortunato - registra la
concessione da parte di un Nicola, ‹‹archiepiscopus canusinae
ecclesiae››, al ‹‹dilettissimo figliuol suo
Nicola›› di una chiesa intitolata ai Beati confessori e pontefici
Nicola e Basilio, fatta edificare dallo stesso prelato al di sopra della
chiesa di San Simeone, proprio nei pressi del lago di Lagopesole.
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La
discesa dei Normanni nell’Italia meridionale culminò, nel
nord della Basilicata, con la presa di Acerenza e la cacciata dei Greci
nel 1061, eventi a partire dai quali i “cavalieri venuti dal Nord”
si dedicarono alla costruzione di difese stabili determinanti per lo sviluppo
del nascente Regno di Sicilia. In questo contesto si inserisce anche la
radicale ricostruzione dell’oppidum di Lagopesole, menzionato
per la prima volta come tale in un documento datato al 1128. In quell’anno
- ricorda Falcone Beneventano - dopo aver tolto Genzano al ribelle Roberto
di Granmesnil, Ruggero II raggiungeva vittorioso la città di Melfi
facendo tappa ‹‹ad oppidum, quod vulgo nominatur Lacumpensilem››.
Nel contesto di una generale ricostruzione, dalle murature dell’antica
fabbrica bizantina furono recuperati ingenti quantitativi di pietrame
per il nuovo edificio: la lettura degli archeologi ha rilevato, infatti,
che le primitive strutture risultano ‹‹ridotte al di sotto
dei piani di frequentazione e di calpestio del nuovo castello››
. Proprio ai Normanni si deve, dunque, l’impianto complessivo del
castello di Lagopesole: un primo recinto fortificato, al quale si accedeva
mediante un ingresso situato presso l’odierna torre nord-est, fu
in seguito ampliato con la costruzione del muro sud. Si creò, così,
un cortile più piccolo diviso dal maggiore dal suddetto muro, a
ridosso del quale sorsero ambienti abitativi.
Lagopesole torna ad essere menzionata dalle fonti nel 1132, anno in cui
prese vigore la ribellione dei baroni meridionali - capeggiati fieramente
dal conte di Conversano, signore di Lagopesole - verso il re Ruggero II,
a cui seguì un “planetario” conflitto di ordine religioso.
Alla morte del papa Onorio II, infatti, vennero eletti contemporaneamente
Innocenzo e Anacleto, sostenuti il primo dalle più illustri famiglie
longobarde e greche, il secondo da Ruggero e dai monaci cassinesi. Per
dirimere la spinosa questione Innocenzo persuase l’imperatore Lotario
a varcare le Alpi e a seguirlo, nel 1137, in Puglia. Nella stessa estate
le legazioni imperiale e pontificia si inoltrarono fino a Melfi e, successivamente,
a Lagopesole dove ebbe luogo la risoluzione del conflitto. Imperatore
e pontefice - scrive Falcone Beneventano - si portarono nel territorio
di Lagopesole e ivi dimorarono per circa un mese. Non il castrum,
che allora doveva essere ancora nel pieno del suo ampliamento, bensì
l’aperta campagna accolse gli accampamenti delle due massime autorità
della terra.
A metà del secolo XII, verosimilmente, i lavori di ricostruzione
del fortilizio normanno erano ultimati ed esso figurava degno di ospitare
personaggi di alto rango, come prova il rinvenimento di ceramica da fuoco
e da mensa, unitamente a pedine in osso lavorato ascrivibili a tale arco
temporale. Parallelamente, anche l’insediamento antropico sito nelle
vicinanze del castrum cresceva. La bolla di papa Eugenio III
del 1152 menziona, infatti, in Lagopesole ben due casali: il casale Sancti
Laurentii e il casale Sancte Marie in Agiis. Il Catalogo
dei baroni normanni, compilato tra il 1154 e il 1179, acclara in seguito
che il possedimento si presentava distinto in tre feudi, tutti abitati:
Lagopesole, Agromonte e Montemarcone. La bolla di Alessandro III del 1175
ricorda, inoltre, che in territorio di Lagopesole era ubicata una chiesa
dedicata a Santa Cristina ricadente, con le sue pertinenze, sotto la giurisdizione
della badia di Monticchio.
Da questo momento il silenzio delle fonti avvolge Lagopesole per quasi
mezzo secolo.
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È
l’aurora sveva del 1223 a destare dal sonno degli anni questi splendidi
luoghi, allorquando Federico II, novello imperatore in San Pietro il 22
novembre 1220, vi si fermò per ammirarne le amene distese boschive,
variamente popolate di copiosa selvaggina. Si narra che dal 1223 l’imperatore
‹‹preferì passare la stagione calda apud Melfiam
o in civitate Melfie›› ed ‹‹è
facile supporre, che ogni anno abbia cavalcato fino a Lagopesole, riposando
nella dolce, amica aura degli elci e de’ roveri secolari››
. Erano quelli gli anni in cui prendevano corpo il De arte venandi cum
avibus e l’istituzione del “Parco delle uccellagioni”
sui territori di Melfi e Lagopesole. Il tenimento di Lagopesole avrebbe
ospitato, in particolare, tre delle nove domus solaciorum elette
nel nord della Basilicata alle esigenze della sua permanenza in loco:
Agromonte, Montemarcone e, mirabile tra tutte, Lagopesole.
Pare certo - prova l’esame delle strutture murarie - che pur avendo
ordinato la demolizione dell’antico fortilizio normanno e l’edificazione
di una domus destinata ad imperialibus solaciis, Federico
II non ricostruì ex novo la domus di Lagopesole.
Gli architetti di corte apportarono solo talune modifiche all’antico
corpo di fabbrica approntando una sala per l’ascolto della musica
nell’ala nord, dei camini e una sala nell’ala ovest. Ex
novo fu, invece, edificato il donjon all’interno del
cortile minore. Una cava realizzata nello stesso cortile ne fornì
il pietrame necessario: estremo baluardo ‹‹di difesa in caso
di attacco››, tuttavia incompleta stante la sua esigua altezza,
la torre accoglieva al primo livello una capiente cisterna e al superiore
una sala a pianta quadrata raggiungibile esclusivamente dall’esterno
mediante una scala retrattile. Due protomi umane - una testa femminile
dai capelli ondulati e una testa maschile dalle orecchie ferine, pregevoli
esempi della scultura di epoca federiciana - fanno bella mostra sulla
ogivale porta di accesso.
La medesima cava ha restituito, in fase di ricerca, una pregevole scultura
databile alla fine del III secolo d. C. raffigurante un ‹‹leone
imbrigliato nell’atto di azzannare un’antilope››.
Il ‹‹prezioso reperto››, che avrebbe dovuto trovare
impiego nella decorazione di un portale o di un seggio, si somma a numerosi
altri esemplari che Federico II amò collezionare e ostentare nelle
sue residenze, a riprova di una precisa volontà di recupero dell’antico
mondo imperiale occidentale anche attraverso la riproposizione dei suoi
modelli culturali .
La domus di Lagopesole - a cui era collegata una masseria regia
deputata alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti agricoli,
nonché al sostentamento della corte durante i soggiorni estivi
- ricoprì da subito una vitale funzione di controllo e di gestione
dell’annesso tenimento feudale. Al mantenimento della struttura
- si sottolinea nello Statutum de reparatione castrorum del 1239
- dovevano provvedere gli abitanti di cinque remoti insediamenti: Castel
Glorioso, Vignola, Castelluccio, Baragiano e Santa Sofia. Tutto ciò,
insieme ai boschi lussureggianti, alternati a vallate coltivate a grano,
e alle copiose risorse idriche - prima fra tutte il delizioso laghetto
naturale sito a circa un miglio ad oriente del castello - fece di Lagopesole
una magnifica dimora estiva.
Da un punto di vista strettamente architettonico le domus di
epoca federiciana non figurano molto differenti dai coevi castelli, mancando
tuttavia - è proprio il caso di Lagopesole - di taluni elementi
tipici delle strutture di difesa quali caditoie, balestriere e saettiere.
Un rigore, una perfetta geometria animano gli elementi costruttivi dell’intero
edificio: splendidi esempi ne sono il portale d’ingresso alla domus
e lo stesso portale d’ingresso alla cappella. Non vi è nella
domus di Lagopesole altro luogo sì enigmatico e affascinante
quanto la cappella palaziale: tanto studiata, variamente decantata e datata
- normanna per taluni, protosveva per altri - resta ancora ignota nella
sua interezza. Enigmatico resta soprattutto il frammento di affresco absidale
raffigurante un crociato in preghiera dinanzi alla croce dipinta su uno
scudo, alle cui spalle si erge una figura femminile. Come enigmatico e
controverso fu, del resto, il rapporto di Federico II con la Chiesa del
suo tempo, al punto di fargli guadagnare l’appellativo magnanimo
di “vicario di Dio” da parte dei suoi sostenitori, quello
terribile e antitetico di “anticristo” da parte della propaganda
avversa.
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L’imperatore
- ricordano le fonti - trascorse a Lagopesole l’estate del 1242.
Usciva dal castello di Melfi il sontuoso corteo imperiale, in quel giorno
d’agosto.
Attraversate Rapolla, Barile e Rionero la carovana giunse a lambire Agromonte:
da qui, dopo lungo cammino, l’amata domus di Lagopesole
si era fatta più vicina. Una fila ordinata di uomini e bestie da
soma sorreggeva ‹‹il bagaglio della persona e della casa del
re››, ‹‹le carte della cancelleria e i libri di
Aristotele e di Avicenna››, ‹‹i tesori della Corona››,
‹‹i veltri delle mute e le fiere del serraglio››.
Viaggiavano, tra gli altri, al seguito dell’imperatore Pier delle
Vigne, ‹‹logoteta e protonotario del Regno››,
medici, fisici, astrologi e negromanti, ‹‹il figlio del nuovo
signore di Vitalba, Riccardo Filangeri, falconiere di Corte [...] e Adenolfo
Pardo, capocaccia imperiale››. E ancora, gli erano accanto
il giovane virgulto Manfredi, dono d’amore dell’adorata sposa
Bianca Lancia, l’harem, ‹‹i fidi saraceni di
Lucera, i biondi cavalieri germanici›› e ‹‹i leggeri
fanti di
Puglia ›› .
Varcando l’ingresso dalle torri binate il multiforme corteo inondò
festante il cortile maggiore: la domus ancora incompiuta accolse
il suo re.
E il calar della sera avvolgeva il cerimoniale di rito, un lauto banchetto,
danze festose, ore felici.
L’imperatore
tornò di certo a Lagopesole nell’estate del 1250, in luglio
e in settembre, le spalle oberate dal peso della nuova scomunica ricevuta
al Concilio di Lione nel 1245, della grave disfatta militare subita nei
pressi di Parma nel 1248, dell’imprigionamento del figlio Enzo a
Bologna nell’anno successivo.
I tempi erano compiuti: il sogno ghibellino volgeva ormai al tramonto.
Era il settembre 1250, vicina la partenza per la Puglia. Dagli appartamenti
imperiali Federico, pensoso e stanco, forse, guardò sovente all’amato
bosco di Montecaruso, vagheggiando venture giornate di caccia e di diletto.
Ignaro o presago, chissà, che quella sarebbe stata davvero la sua
ultima estate.
Dopo
il mito svevo, Lagopesole conobbe i fasti della corte angioina, le alterne
fortune dei Caracciolo di Melfi, la lunga infeudazione ai Doria di Genova.
Ma questa - dicono - è un’altra lunga storia.
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Bibliografia: |
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G.
FORTUNATO, Il castello di Lagopesole, Trani, V. Vecchi Tipografo-Editore,
1902. |
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A
cura di A. GIOVANNUCCI - P. PEDUTO, Il Castello di Lagopesole. Da castrum
a dimora reale, Salerno, Tipolitografia Incisivo, 2000. |
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R.
LICINIO, Federico II e gli impianti castellari, in AA. VV., Federico
II e l’Italia, Roma, Edizioni De Luca, 1995. |
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M.
MIGLIO, Progetti di supremazia universalistica, in AA. VV., Storia
medioevale, Roma, Donzelli editore, 1998. |
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